Come è noto agli operatori del settore, il vero problema delle agenzie di rating è riconducibile a tre parole: “CONFLITTO DI INTERESSI”.

Tale fondamentale aspetto è diventato, peraltro, tema endemico nel tessuto economico-finanziario italiano (ma anche di altri Paesi), che coinvolge indifferentemente svariate categorie di soggetti, abbiano essi natura istituzionale, imprenditoriale o professionale.

Ricorrente, infatti, è la pressoché totale assenza di indipendenza decisionale nell’offerta o nella prestazione di un servizio a terzi, in quanto condizionato spesso da logiche di interesse personale o professionale prevalenti rispetto alle reali esigenze di terzi ai quali quel servizio è stato offerto o prestato.

Se questo, però, può considerarsi “normale” e consueto per determinate categorie di soggetti in virtù della specificità del servizio di cui sono portatori (basti pensare all’offerta di servizi assicurativi o a quello di servizi bancari e di investimento da parte di personale finanziario-creditizio o di promotori, retribuiti dall’Istituzione di cui fanno parte), non altrimenti può esserlo (e, quindi, diventa oltremodo censurabile) nel caso di soggetti che esistono, proprio per l’imparzialità loro richiesta dal ruolo che rivestono (consiglieri indipendenti, professionisti, consulenti in genere) e perchè remunerati direttamente dal loro cliente.

D’altra parte, un conflitto di interessi (anche potenziale) non costituisce di per sé elemento volto a configurare una condotta non corretta o inappropriata; lo diventa se l’utilizzatore finale non è in grado o non viene messo in grado (come spesso capita) di essere a conoscenza che lo stesso esiste.

Ogni attività ha pari dignità; a condizione di non mescolare le carte e presentare di se stessi un’immagine non confacente alla realtà ed un ruolo di indipendenza che non si possiede.

Ebbene, se ci spostiamo da un’ottica privatistica domestica ad una più internazionale, dove gli interessi in gioco sono di natura istituzionale e pubblica, il problema si complica, in quanto diventa più difficile censurare e interrompere il rapporto con il soggetto che ha posto in essere il comportamento ritenuto scorretto, senza ulteriori conseguenze per il mercato finanziario nel suo complesso.

Un caso emblematico è riconducibile ad un mondo oligopolistico; quello, cioè, delle Società di rating, fino a qualche anno fa punto di riferimento obbligato da parte della comunità finanziaria internazionale; da qualche tempo, invece, messe in seria discussione (anche a livello di istituzioni pubbliche) proprio per il conflitto di interessi di cui sono portatrici, associato alla mancanza di tempestività ed alla scarsa affidabilità dimostrate (con conseguenza devastanti per intere categorie di creditori) nel redazione di rating “eccellenti” in occasione di noti eventi; a titolo di esempio: mutui sub-prime Usa (per i quali, recentemente, il Governo americano ha intentato una maxi-causa a Standard & Poor), Enron, World Com, Parmalat e Lehman Brothers).

Il tutto, ingigantito ulteriormente dalle violenti critiche pervenute dagli Stati Sovrani in occasione del declassamento dell’affidabilità di alcuni di essi; accuse che hanno puntato il dito proprio sul conflitto di interessi delle Società di rating: inflessibili con le finanze pubbliche, comprensive con i privati nonostante gli effetti negativi citati.

D’altra parte, come potrebbe oggi essere altrimenti per le Società di rating, dove la  funzione primaria che è quella di informare il mercato (attraverso la pubblicazioni di pareri e di view prospettiche) sulla rischiosità e solvibilità di un determinato soggetto (banca, impresa, Stato) che emette obbligazioni, è condizionata dai compensi che vengono loro riconosciuti proprio dagli  stessi soggetti privati per i quali mettono i loro giudizi ?

Un giudizio negativo comporterebbe, infatti, l’immediato innalzamento del costo del debito per il soggetto coinvolto.

E come se una guardia carceraria fosse pagata dai detenuti che deve controllare o un’insegnante dagli alunni che deve giudicare ovvero, per usare un’immagine diversa, se un venditore di ombrelli facesse le previsioni del tempo.

E come non rilevare la “relazione incestuosa” (così definita dalla SEC americana) con il mondo corporate finanziario americano? E’ nota, infatti, la posizione dominante sulle tre principali agenzie da parte di alcuni grandi fondi Usa, con partecipazioni addirittura “incrociate” (tavola).

Tavola:  Principali azionisti e Incidenza % su Agenzia

 

STANDARD & POOR’S

 

Capital World Investors

Vanguard group

T Rowe price associates

State street

Oppenheimer funds

Dodge & Cox

Black Rock Inst. trust

Morgan Stanley

Indipendent franchise

Oz management

10,93%

4,91%

4,81%

4,72%

3,18%

2,74%

2,72%

2,52%

2,33%

2,25%

 

MOODY’S

 

Berkshire Hataway (W.Buffett)

Valueact Holdings

Capital World investors

Vanguard group

T Rowe price associates

BNY Mellon

State street Corp.

Indipendent franchise

Manning & Napier Adv. Inc.

Black Rock Inst. trust

12,75%

7,78%

6,80%

5,24%

4,67%

3,68%

3,47%

3,03%

3,03%

2,29%

FITCH

Fimalac

Hearst Corporation

60,00%

40,00%

Fonte: dati Sec e Fitch al 30 settembre 2012

Le Agenzie si difendono sostenendo che il loro compito è fotografare la realtà così come viene stimata dai propri analisti e che, quindi, non possono essere ritenute responsabili per i giudizi che i mercati sono liberi di accogliere o ignorare.

Ma come può affermarsi ciò se le Agenzie rappresentano una posizione dominante, che influenza sostanzialmente le decisioni di investimento/disinvestimento prese, e resa ancora più delicata in momenti come quello attuale, con mercati in fibrillazione,  dove  un qualunque evento (declassamento o altro) causa panico e vendite.

Come rapportarsi, dunque, nei confronti di questi soggetti e come evitare di ritrovarsi in situazioni come quelle descritte ?

Su tale aspetto le scuole di pensiero sono diverse.

Per alcuni, occorrerebbe ridurre il loro potere oligopolistico attraverso la creazione di un’ulteriore agenzia di rating governativa europea “indipendente” (peraltro, tutta da valutare questa indipendenza) creata dagli Stati, così come proposto dalla Commissione Europea in grado di rompere l’oligopolio delle tre principali società (Fitch, Moody’s e Standard & Poor)

Si ridurrebbe certamente il monopolio esercitato (e questo è positivo); per contro, il conflitto di interessi si sposterebbe dai privati agli Stati che dovrebbero essere giudicati con consequenziale perdita di credibilità per i giudizi emessi.

Senza considerare il potenziale conflitto di leadership in materia che si aprirebbe tra Usa da una parte ed Europa dall’altra.

Per altri si dovrebbe partire dalle Autorità di Controllo; tali da creare, ex lege, una sorta di garanzia e supervisione sui giudizi emessi, sui criteri adottati e sui comportamenti tenuti.

In altre parole, una sorta di controllo di merito diretto a valutare la meritevolezza delle decisioni prese che inevitabilmente si rivolgono al mercato e ne influenzano le scelte; pena l’applicazione di sanzioni nell’ambito di una più ampia responsabilità per giudizi non corretti.

Così come avviene per le raccomandazioni rese da Soggetti regolati quando si rivolgono professionalmente al pubblico.

In tale contesto, però, non si può pensare di prescindere dal valore che si vorrà dare ai giudizi delle agenzie: semplici opinioni o pareri con valore giuridico ?

In un ambito regolamentato non è accettabile che non sia previsto un risarcimento per opinioni errate, così come avviene per “quasi” tutti.

Differenti, infatti, potrebbero essere gli effetti in caso di contestazioni o in sede giudiziaria.

Chi scrive ritiene, però, che la soluzione preferibile sia quella di ridimensionare totalmente il ruolo di questi soggetti, eliminando ogni riferimento ai rating nella regolamentazione del mondo finanziario ed ogni obbligo di confermarsi agli stessi. O, perlomeno, adottare un diverso approccio da parte degli investitori (soprattutto professionali); vale a dire, agire con maggiore autonomia e prendere i giudizi delle Agenzie di rating per quello che possono rappresentare: utili sicuramente ma, proprio perché fallibili e soprattutto condizionabili, da considerare come solo uno degli elementi su cui basare le proprie scelte di investimento.

D’altra parte, non è lo stesso Governatore della BCE che recentemente (audizione al parlamento UE a Strasburgo del 16 gennaio 2013) si è espresso sul tema affermando che occorre …”imparare a fare a meno delle agenzie di rating” ?

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