In collaborazione con il mensile Espansione ed in anteprima su finanza.leonardo.it –

editoriale settembre 2013  del direttore Angela Maria Scullica

- Di idee imprenditoriali in Italia ce ne sono tante, di buona volontà pure, di capacità anche e, se i piani sono credibili,sostenibili, ben pensati e ben presentati, anche i soldi arrivano. Lo scoglio più grande da superare, quello che molto spesso si rivela insormontabile per l’immane fatica, dispendio di tempo e di risorse che comporta, è la burocrazia: il visto che manca, il permesso da chiedere, la clausola che aggira e via dicendo. Insomma quell’insieme di leggi, leggine, procedure, intralci, firme, che in Italia frena tutto (o quasi). Una macchina pubblica dai numerosi gangli che nel tempo è diventata mastodontica e della quale ormai l’insofferenza tra gli imprenditori colpiti in maniera pesante dalle tasse e i giovani che non trovano lavoro e che vorrebbero lanciare nuove iniziative è diventata pesante e insopportabile. Di casi che fanno rabbia ce ne sono a mille come quello dell’imprenditore spedizioniere Emanuele Codazzi che voleva assumere 80 giovani ma non è riuscito a farlo per un documento negato ed ora deve ricorrere al Tar, o quello di alcuni piccoli proprietari terrieri in Sicilia che hanno tentato di unire le forze per avviare un’attività turistica ma la loro iniziativa si è scontrata con una serie interminabile di richieste burocratiche che l’hanno fatta morire ancor prima di nascere. Come dice Gianfelice Rocca a capo della Techint ed ora anche presidente di Assolombarda nell’intervista che pubblica Espansione su questo numero: «Il nostro Paese paga il doppio prezzo di un’organizzazione apparentemente decentrata ma in realtà fortemente centralista». E i tempi e i soldi si sprecano in un mare di inefficienza e di misure prese all’insegna della conservazione dello status quo e del populismo spinto. Come la riforma Fornero, che con l’intento di venire incontro ai giovani premiando le assunzioni a tempo indeterminato a scapito delle altre, in realtà sta bloccando le une e le altre provocando nell’occupazione giovanile uno stallo. E di tutto questo inutile e dannoso populismo gli imprenditori italiani ne hanno ormai le tasche piene. Non solo sono oppressi dalle tasse e dalla burocrazia ma anche dai proclami di chi vuole guadagnare facili consensi facendo presa sui sentimenti della gente, senza però avere in mente una reale e lungimirante strategia di sviluppo per il Paese. L’Italia non è mai uscita da quella visione statalista, assistenzialista e chiusa che negli anni passati ha favorito uno stretto legame di equilibrio tra politica, grande impresa e banche frenando le iniziative minori e decentrate, delle quali il settore pubblico poteva perdere il controllo e che, in ogni caso, rappresentano un bacino elettorale di minore interesse. Prova ne è che di nostre imprese all’estero ne sono uscite poche e di banche ancora meno. I mercati però erano meno globali e una crisi di queste dimensioni, dal dopoguerra in avanti, non si era vista. Oggi tutto è diverso. La trasformazione in atto è molto forte. Le tecnologie stanno rivoluzionando la vita, i costumi, la comunicazione, la cultura mondiale. Nell’ attuale contesto in profondo cambiamento la flessibilità richiesta è altissima e un Paese frenato da mille cavilli burocratici, come l’Italia, è destinato a soccombere se non si dà una rapida mossa per abbattere gli ostacoli e spianare la strada all’iniziativa imprenditoriale.

«L’Italia non è mai uscita dalla visione statalista,

assistenzialista e chiusa degli anni passati»