Se si guardasse dall’alto e in modo distaccato la trasformazione che sta avvenendo in questo periodo in Europa, si riuscirebbe meglio a percepire perché l’Italia arranca a fatica, perdendo purtroppo anche pezzi importanti per strada. Il nostro è un paese dove, accanto a un intervento pubblico dilagante che per motivi di convenienza e potere ha protetto per anni solo le imprese di dimensioni più grandi, è riuscito a crescere e a svilupparsi anche un tessuto imprenditoriale fatto di piccole e medie aziende. E questo grazie soprattutto a banche, anch’esse piccole e medie, molto legate al territorio come popolari, casse di risparmio e Bcc. Un sistema che ha resisistito e proliferato finché i confini italiani sono rimasti chiusi e ben delimitati. Oggi naturalmente non è più così. Il processo di integrazione europea, nonostante molte decisioni siano state prese in momenti di emergenza, procede spedito lungo una direzione ben precisa e con una leadership ormai riconosciuta alla Germania della Merkel e alla Bce di Mario Draghi. Con il risultato che le idee di realizzazione di un’Europa “stato” alla base del progetto sono quelle della Merkel (e dei tedeschi), sinteticamente riassunte nei concetti di austerità e solidità patrimoniale, e di Draghi, che sta muovendo la Bce in modo da evitare, durante il difficile percorso di costruzione, conseguenze devastanti sui paesi più fragili. Gli interventi della Bce negli ultimi due anni sono stati, a questo proposito, essenziali per evitare pericolose crisi di liquidità nelle banche e attacchi speculativi ai debiti sovrani. In questo periodo, all’insegna dell’austerità e della solidità patrimoniale, di passi importanti in Europa ne sono stati fatti tanti: sono state rafforzate le regole di bilancio, soprattutto nella parte preventiva; è stata estesa la sorveglianza multilaterale agli squilibri macroeconomici; sono stati istituiti meccanismi per la gestione delle crisi sovrane. Sono state, come ha detto il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco in un suo recente intervento, gettate «le basi per avviare l’unione bancaria, per tornare a discutere di quella di bilancio, per potere, in prospettiva, progettare un’unione politica». La posta in gioco è dunque molto elevata ma i riflessi in Italia sono devastanti per le banche del territorio che per anni sono state la forza delle economie locali. Questi istituti, infatti, vengono sottoposti a regole più rigide, che li penalizzano rispetto a quelli di altri paesi europei (quindi, negli stress test, a parità di condizioni, possono risultare anche messi peggio) e in più, a differenza di quanto avviene in Germania, non sono politicamente sostenuti e difesi come valore portante dello sviluppo economico locale. Con la conseguenza che alla fine rischiamo di perderli. E con essi anche un pezzo prezioso per la ripresa del paese.

Angela Maria Scullica