Dopo l’ispezione del gennaio-marzo 2013, affidata a Dimitri Demekas, che il Fondo monetario internazionale ha condotto in Italia ai sensi del Financial Sector Assessment Programm (Fsap), sulla solidità del nostro sistema finanziario, per Fondazioni bancarie e banche popolari si è aperta una fase che mette in discussione l’attuale ruolo e quindi il loro peso.

Il Fondo nella sua missione aveva  incontrato le authority e cioè il Governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco, il direttore generale del Dipartimento del Tesoro presso il ministero dell’Economia e delle Finanze Vincenzo La Via, il presidente della Consob Giuseppe Vegas , il presidente della Autorità di vigilanza delle assicurazioni (Ivass) Fabrizio Saccomanni (prima che diventasse ministro) oltre ad altri funzionari di Banca d’Italia, Consob, Ivass, ministero dell’Economia e delle Finanze e ad alcuni rappresentanti del settore privato.

Alla fine della sua ispezione era giunto alla conclusione che le nostre banche, nonostante avessero un buon livello di solidità e se la fossero cavata bene nei momenti peggiori della crisi, possedevano alcune peculiaretà che ne impedivano la crescita e rendevano le loro azioni poco trasparenti e troppo ancorate a interessi locali. In particolare un aspetto critico era ravvisato nel ruolo e nella composizione delle Fondazioni. Riguardo alle quali il Fmi sostiene che «hanno svolto un ruolo importante come azionisti di lungo periodo stabili» ma, aggiunge, che l’attuale quadro giuridico dovrebbe essere rivisto per introdurre maggiore trasparenza, migliore corporate governance e una gestione finanziaria più aperta alle innovazioni e diversificazioni. Sottolinea che «le Fondazioni sono soggette a forte influenza politica, risentono, di conseguenza, fortemente di interessi locali, vicende e cicli politici e che le banche da queste controllate sono uno degli anelli più deboli del settore bancario nazionale» (pag. 83 del rapporto). Per promuovere il rafforzamento della loro posizione patrimoniale, accrescere la loro capacità di erogare prestiti e superare meglio gli stress test della Bce,  il Fmi individua le due linee guida di cui la Banca d’Italia oggi è promotrice e che potrebbero porre la parola fine all’esperimento ideato nel 1990 all’inizio del periodo della privatizzazione del sistema bancario italiano, con la legge delega Amato-Carli n. 218.

La prima è quella di  spingere gli azionisti di controllo, le Fondazioni, ad aprirsi a nuovi sottoscrittori anche esteri dando loro un ruolo commisurato all’impegno, la seconda di migliorare la governance delle banche popolari e la loro struttura proprietaria eliminando il limite alla detenzione di quote azionarie per gli investitori non istituzionali e il voto capitario che «riduce gli incentivi agli azionisti a esercitare una supervisione efficace sul management» e può finire per incentivare insiders con interessi non necessariamente convergenti come i dipendenti, ex dipedenti o parenti di questi a controllare la banca.

La ferma decisione della Banca d’Italia di muoversi lungo queste linee sta sollevando forti reazioni da parte dell’Abi e dei soggetti interessati, approdate pure in Parlamento.

Angela Maria Scullica