Gli ultimi dati Ocse parlano per quest’anno di un tasso di disoccupazione in Italia pari al 12,1 per cento, che salirà al 12,4 nel 2014, in quello che dovrebbe essere l’anno della ripresa. Mentre secondo il Cerved, nei primi nove mesi dell’anno le aziende che hanno chiuso i battenti nel nostro Paese sono state quasi 10mila (esattamente 9.902), in aumento del 12% rispetto allo stesso periodo del 2012. Dati allarmanti che la politica del rigore, instaurata in Europa da Paesi più forti come la Germania – che non si vogliono assolutamente accollare i debiti delle economie più deboli – rende più preoccupanti. Ma dati che fanno riflettere. Oggi infatti l’Italia, cresciuta per anni in un mercato protetto che ha permesso lo sviluppo di una macchina amministrativa pubblica di dimensioni esorbitanti, non ha la stazza, la forza e la snellezza per riprendersi velocemente e affrontare le nuove sfide europee. Il problema non è tanto di capacità, di intuizione, di bravura, di inventiva e via dicendo, tutte doti positive che ci vengono internazionalmente riconosciute, quanto di preconcetti: paura di perdere protezioni e privilegi sedimentati negli anni e di muoversi in campo aperto. In altre parole, nel nostro Paese la diffidenza istituzionale inserita alla base dell’apparato amministrativo condiziona ogni aspetto della vita produttiva e favorisce così il mantenimento dello status quo, frena o, peggio, immobilizza l’iniziativa. Questo atteggiamento non solo favorisce il mantenimento di monopoli sia nel settore pubblico che in quello privato a scapito della concorrenza, ma impedisce anche la riduzione del fabbisogno fiscale e il taglio degli sprechi. Il nostro è un Paese dove il settore pubblico ha dominato incontrastato facendo il bello e il cattivo tempo in tutti i gangli vitali dell’economia italiana sino ai primi anni Novanta. E le privatizzazioni di cui, a un certo momento, non ha potuto fare a meno, sono state pilotate al fine di mantenere lo stesso controllo sotto diverse forme. Per uscire dalla stagnazione in cui siamo finiti, dovremmo smantellare non il welfare, come spesso viene prospettato, ma la macchina pubblica che, con i suoi costi e le sue funzioni, sta soffocando le imprese e quindi le famiglie italiane. Ma questo significa avviare un profondo rinnovamento culturale che porti a una sostanziale revisione del ruolo e dei compiti della pubblica amministrazione, con l’obiettivo di dare forza e libertà all’ingegno italiano.

La diffidenza istituzionale alla base dell’apparato pubblico condiziona ogni aspetto della vita produttiva.

Angela Maria Scullica