È un fatto assodato: l’Italia è l’ultimo Paese in Europa riguardo ai tempi di pagamento dei fornitori. Un triste primato che dà l’idea di quanto poco rispetto ci sia in generale nel nostro Paese per l’individuo in quanto tale. Qualche cifra per rendere meglio l’entità del fenomeno. La pubblica amministrazione, quando paga le imprese (e se lo fa!) si prende in media 165 giorni, vale a dire 107 giorni in più rispetto alla media europea. Un costume che si riflette negativamente anche nei rapporti commerciali tra le imprese, dove in genere ci vogliono 94 giorni (+47 giorni rispetto alla media Ue) affinché il committente saldi il proprio fornitore. E che non risparmia neppure i privati (cioè cittadini/famiglie) tra i quali è diffusa la prassi di aspettare almeno 75 giorni (41 in più della media Ue) prima di procedere a saldare gli impegni.

Inutile dire che un comportamento del genere causa un enorme quantità di problemi, oltre a frenare progetti e investimenti. Le cause di questo comportamento affondano le radici in una mentalità chiusa e poco propensa alla valorizzazione delle risorse e delle persone. Il nostro è un sistema oligarchico che per anni si è retto sulle corporazioni, sulle lobby, sul mantenimento di logiche di potere, sulla chiusura mentale, sulla cooptazione piuttosto che sul merito e sull’iniziativa imprenditoriale. L’individuo conta non per se stesso ma in quanto appartenente o meno a una comunità, entità, struttura e via dicendo. Prova ne è che, a differenza di Paesi evoluti in cui la preparazione, la conoscenza e la capacità individuale rappresentano valori di successo da coltivare sin dall’infanzia per creare benessere, da noi si è poco puntato sul talento, sul merito, sulla ricerca, sull’istruzione. E, nonostante a parole si facciano grandi discorsi, nei fatti all’individuo si antepone sempre la forza del gruppo. Così oggi i giovani più preparati per trovare un lavoro che dia loro soddisfazione sono spesso costretti ad andarsene e le imprese per mantenere e sviluppare il business devono guardare oltre i confini nazionali. Insomma parlare di merito e di talento in Italia è spesso stato un tabù come pure manifestare la voglia di competere. Meglio un Paese appiattito e uniforme che uno che premia l’iniziativa individuale e la spinta a emergere del singolo. E i risultati si vedono in una burocrazia elefantiaca che soffoca imprese e famiglie, in un sistema fiscale opprimente, basato sul presupposto che tutti siano potenzialmente evasori, oltre che nei ritardi ingiustificati che si hanno, come si diceva all’inizio, nei pagamenti ai fornitori. L’elenco potrebbe continuare. Ma fermiamoci qui per dire che a scardinare questo assurdo e penalizzante sistema potranno essere certamente le riforme (se mai si riusciranno a fare e qui la scommessa è aperta) ma ancora di più il forte e inarrestabile avanzare del progresso tecnologico, di fronte al quale le vecchie logiche di equilibrio e di potere non stanno più in piedi.

Il nostro è un sistema oligarchico che per anni si è retto sulle corporazioni

Angela Maria Scullica