Le scelte di investimento, sia che queste avvengano direttamente ovvero affidandosi a gestori specializzati, possono indirizzarsi a volte su particolari segmenti di mercato nei confronti dei quali si nutrono “aspettative” di ritorno finanziario interessanti.

Tra questi quello delle c.d. smaller companies.

Generalmente, questo comparto è caratterizzato da imprese, quotate o non, identificabili come famigliari.

Il principale problema che si pone, pertanto, è riuscire ad identificare (attraverso sistemi di analisi, comparata o meno, che posso essere tra loro differenti; siano essi, presi singolarmente o insieme, di matrice quantitativa, tecnica o fondamentale) le aziende in grado di aumentare il proprio valore nel tempo e consentire, pertanto, di creare valore agli azionisti-investitori.

Un interessante dato è stato fornito dalla Commissione europea: queste imprese costituiscono più del 60% delle aziende europee e non.

Ma quali sono i connotati principali che presentano le imprese familiari ?

Limitandoci all’ambito europeo, comunemente viene considerata impresa familiare quella in cui la proprietà aziendale e le decisioni più importanti (strategiche e di gestione) sono prese da un’unica famiglia (impresa monofamiliare) o da alcune famiglie collegate tra loro da vincoli di parentela o affinità (impresa plurifamiliare allargata).

Va da sé che il fenomeno descritto appartiene più alle realtà familiari di minore dimensione (piccola o media grandezza), essendo la maggioranza delle imprese di maggiore entità già entrate in un processo di cambiamento per garantire continuità all’azienda.

Il particolare modus operandi di queste realtà determina in certe situazioni una serie di ostacoli ad un corretto sviluppo delle stesse.

Proviamo a pensare ad una gestione fortemente incentrata sul fondatore (o su un nucleo ristretto di familiari); tale, comunque, da impedire lo sviluppo di un management e di una corporate governance della società.

Se questo fattore può costituire, a volte, un elemento di forza per imprese non quotate, può diventare elemento di debolezza per quelle quotate: una cattiva gestione, una certa lentezza nell’innovare e, spesso, lotte interne e nepotismi, possono caratterizzarsi come elementi indifferenti al principio della creazione di valore per gli azionisti.

Quante volte gli azionisti si sono trovati di fronte a scelte strategiche discutibili che hanno comportato per loro bassissimi ritorni ? Forse, l’obiettivo nell’azienda famigliare era la costruzione di un impero finanziario personale ?

Questo in molti casi.

Tuttavia, esistono anche realtà ben gestite (e sono queste quelle da individuare) in grado premiare gli investitori, pur in un contesto economico-finanziario dove la presenza del sistema bancario a supporto delle stesse è assai carente (per non dire inesistente).

Tra i fattori positivi, la flessibilità operativa ai diversi mutamenti di mercato e la capacità di generare un buon cashflow, non influenzato da una eccessiva dipendenza dal sistema bancario (mai più che mai in questo momento) e in grado di consentire innovazione, sia per quanto riguarda i processi che per i prodotti (servizi).

In tal senso, l’indice Credit Suisse family (Credit Suisse family business. Report settembre 2012) ci mostra come il cashflow generato dalle aziende familiari sia nel tempo superiore alla media del settore delle aziende quotate.

Altra componente di successo è rappresentata dalla capacità di pianificare il proprio business con una strategia più orientata al medio-lungo termine che alla necessità di fronteggiare richieste di ritorni a breve che potrebbero essere penalizzati in fasi cicliche meno positive.

Inoltre, la capacità di gestire la società con manager esterni, meno influenzabili da logiche familistiche, sarà, in molti casi, apprezzata dagli investitori.

Infine, la consapevolezza che per creare valore agli azionisti è necessario che l’azienda stessa aumenti il proprio “valore”.

Elemento quest’ultimo ovvio, ma in tanti casi risultato non così ovvio.

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