Cominciano a vedersi anche in Italia alcuni timidi segnali di ripresa. L’agenzia Moody’s che nel giugno del 2011 aveva messo sotto osservazione il rating dell’Italia (che era Aa2) facendolo poi precipitare nei due anni sucessivi di ben sei gradini sino ad arrivare a Baa2, ha di recente portato l’outlook sul nostro Paese da negativo a stabile. Secondo l’Istat l’Italia ha registrato, anche se con intensità minore rispetto agli altri Paesi europei, un ripresa di attività produttiva che è aumentata dello 0,1% rispetto al trimestre precedente. Ciò è avvalorato dal fatto che, sempre nel terzo trimestre dell’anno, le ore di cassa integrazione effettivamente usate dalle imprese hanno mostrato un netto calo, mentre è salita la domanda del lavoro (nelle costruzioni +0,7%, nell’industria +0,5% e nell’agricoltura +0,2%). Insomma si tratta di piccoli passi, ma pur sempre positivi e, in un clima di generale depressione, non trascurabili.  Ma se si entra di più nei meccanismi che hanno ridato un po’ di fiato alla produzione, si vede che essi sono per lo più esterni al nostro Paese. La domanda interna infatti dal 2011 ad oggi si è fortemente contratta mentre i ricavi delle imprese ottenuti all’estero sono cresciuti di molto. Una divaricazione che pesa e mette in luce le enormi difficoltà che hanno le imprese ad operare in Italia. Questi anni di crisi, per il cui superamento nel mercato nazionale era richiesta in particolare una forte capacità innovativa, hanno messo in evidenza i vincoli presenti che gravano sul sistema Italia. Vincoli che derivano da una forte ingerenza dello stato sull’iniziativa imprenditoriale che origina nell’articolo 41 della nostra costituzione. Esso prescrive che la legge debba determinare «i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali».

Questa lodevole preoccupazione ha dato via libera nel tempo alla costruzione di una mastodontica macchina burocratica ed alla proliferazione di enti centralizzati poco efficienti e con costi elevati che drenano enormi risorse non più disponibili. Un radicale cambio culturale è oggi sentito e richiesto dalle forze produttive.

I sessantamila artigiani e commercianti che hanno manifestato lo scorso 18 febbraio a Roma per chiedere allo Stato meno tasse e meno burocrazia ne sono una dimostrazione lampante. Per molti di loro era la prima volta che andavano in piazza a urlare la rabbia verso un fisco che li opprime  e un apparato pubblico che li soffoca senza dare nulla in cambio. E senza consentire alle piccole imprese di esprimere al meglio le proprie potenzialità di sviluppo sul mercato italiano e ai giovani di trovare sbocchi lavorativi con idee nuove, valide e creative.

Nel mondo globalizzato e estremamente competitivo quale quello tecnologico in cui viviamo occorre innanzitutto mettere in primo piano l’individuo e la sua capacità di creare e innovare, facilitare le sue possibilità di muoversi nei mercati, di valutare le opportunità, di finanziarsi e di agire permettendogli così di affermare la propria capacità competitiva.

Occorre mettere in primo piano l’individuo

e la sua forza creativa

Angela Maria Scullica