La volatilità non è certo mancata sul versante borse americane, a conferma dei nostri pensieri che vedono un allontanamento dell’attenzione dalle banche centrali ai dati macro, almeno fino a quando non arriveranno i prossimi appuntamenti con i Board di BoE, BCE e Fed, ed uno shift sulle release dei dati macroeconomici. Ma non tutti i dati ricoprono la stessa importanza. Cerchiamo di capire perché.

Europa: inflazione e depositi BCE

In Europa conosciamo la forward guidance della BCE e abbiamo assistito ad un taglio (simbolico, avremmo dovuto vedere per lo meno lo stanziamento di un range tra 0% e 0.25%, anziché un mero taglio di 10 basis point) dei tassi di riferimento del sistema interbancario con l’abbassamento del tasso di rifinanziamento marginale (tasso a cui le banche commerciali possono prendere a prestito denaro overnight dalla BCE) da 0.75% a 0.40% e soprattutto lo spostamento in territorio negativo dei tassi di remunerazione dei depositi, il che sta a significare, come ribadito più volte, che coloro i quali dovessero decidere di parcheggiare liquidità presso l’istituto di Francoforte andrebbero a pagare “comprando” in questo modo la sicurezza della controparte, anziché decidere di prestare soldi a banche che per chiudere la stanza (come si dice in gergo, ossia reperire liquidità per onorare i requisiti di riserve sul denaro prestato ecc.) chiedono denaro prima al circuito interbancario e se non lo trovano a disposizione si rivolgono alla BCE per ottenerlo allo 0.40%. Tutte le misure della BCE, compresi i nuovi LTRO, sono volti a mantenere la stabilità dei prezzi, per cui il dato da tenere sotto osservazione risulta l’inflazione che, nel momento in cui dovesse muoversi dagli attuali 0.5% e 0.7% core, potrebbe portare a volatilità di reazione sul dato ma non a movimenti di medio periodo, in quanto la rotta di politica monetaria è segnata. L’euro potrebbe muoversi in basi alla catalizzazione di flussi di capitale, ancora a favore della moneta unica fino a quando rimaniamo sopra 1.3475.

Usa: non tutti i dati, ma quasi

La differenza tra Usa ed Europa è chiara e non stiamo a ripeterci per evitare di annoiarvi, sta di fatto che come detto nei giorni scorsi, siamo entrati in un territorio minato, dove è possibile assistere a nuovi massimi sulle borse (siamo ancora a siringhe di liquidità superiori alla soglia giudicata da noi critica di 30 miliardi/mese) ma dove non sono da escludere quelle che per ora rimangono forti prese di profitto, ma che a breve potrebbero tramutarsi in qualcosa di più sostanzioso a ribasso (ripetiamo, non siamo ancora pronti a nostro parere, ma a differenza delle altre settimane o mesi iniziamo a guardare il mercato in due sensi, sui Morning Adviser precedenti trovate più dettagli e ragionamenti). Un esempio ce lo restituisce la giornata di ieri. Di fronte ad una politica monetaria abbastanza ben indirizzata, dove nella forward guidance ci si è slegati dalla sola analisi del tasso di disoccupazione passando ad un’analisi qualitativa dei dati macro prima di prendere decisioni di interruzione totale del QE o di rialzi dei tassi (tra l’altro ieri Plosser della Fed ha suggerito che si dovrebbero alzare i tassi già nel prossimo trimestre, il modo migliore per far crollare questo castello di carte), un dato migliore di attese e precedenti sulla fiducia dei consumatori (85.2 vs 83.5 di consensus ed 82.2 precedente) e nettamente buono sulla vendita di nuove case (18.6% vs 1.6% di attese e 3.7% precedente) ha portato ad una forte salita degli indici, con lo S6P500 su nuovi massimi storici, con la partenza di forti prese di profitto che hanno non solo raggiunto i minimi precedenti dei prezzi, ma li hanno superati, il che sta a significare che anche chi è entrato long più in basso dell’ultima fase di accumulazione ha preso profitto. Continuiamo dunque a seguire questa chiave di lettura, sembra quella corretta. Passiamo ai cambi e vediamo insieme i livelli.