Le piccole e medie imprese italiane soffrono più delle altre di quell’immobilismo alla base del sistema Italia che è la conseguenza di scelte politiche dovute a molti fattori, tra i quali nei primi la forte avversione allo Stato autoritario che aveva caratterizzato il periodo fascista. Dal Dopoguerra in avanti è stato creato in Italia un corpo legislativo che ha dato vita a una sorta di filtro burocratico che nel tempo è cresciuto a dismisura, tanto che oggi è assai arduo smantellarlo. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: decisioni rimandate nel tempo, litigi, sprechi di risorse (oltre che di tempo), veti incrociati, giochi sottobanco, inefficienza diffusa, clientelismo, corruzione. Chiunque cerchi di sbrogliare questa ingarbugliata matassa si trova innanzi a muri di gomma, trappole, attacchi e via dicendo che scoraggiano e reprimono l’iniziativa privata. È chiaro che di fronte a questa elefantiaca macchina pubblica, che per continuare a marciare ha bisogno di tanti soldi e li pretende in molti modi (tasse, multe e molto altro), le piccole e medie imprese italiane incontrino più difficoltà che le altre. È quindi più che legittimo che esse cerchino opportunità di sviluppo fuori dall’Italia, tanto più che Paesi come Svizzera, Austria e Slovenia fanno il contrario di quanto sta facendo il nostro Paese, costruendo e proponendo agevolazioni e servizi. Così negli ultimi dieci anni, secondo i dati della Cgia di Mestre, oltre 300 aziende italiane si sono trasferite nel Canton Ticino, 600 in Slovenia e 700 in Carinzia. Un fenomeno destinato a crescere. Sono infatti sempre più numerose le aziende che danno consulenza e offrono servizi per l’internazionalizzazione, una scelta strategica che viene vista dalle imprese più come uno sbocco per la sopravvivenza che per lo sviluppo.

C’è poi da chiedersi per quanto tempo ancora il sistema Italia riuscirà ad esprimere quelle eccellenze che, nonostante ingessature ed inefficienze, lo caratterizzano e che nel 2012 sono valse 183 miliardi di dollari grazie al surplus strutturale dei prodotti del manufatturiero non alimentare.

Diventa quindi necessario un cambio di mentalità che in un mondo in forte evoluzione come quello attuale non è più né opzionale né posticipabile. Ma indispensabile e improrogabile per il benessere di tutti. Non c’è dubbio che se l’Italia riuscisse a ragionare in modo più pragmatico, meno dogmatico e meno ancorato alla difesa dello status quo, riuscirebbe a liberare importanti forze positive per lo sviluppo e la crescita. La fantasia da noi non manca e neppure la voglia di farcela e di sperimentare il nuovo. Prova ne sono i nostri prodotti che sui mercati internazionali riescono a posizionarsi tra i primi. Hanno tutti una carta vincente in comune basata su un’intreccio di innovazione, qualità, bellezza, cultura imprenditoriale e tecnologia. Un mix alimentato con intelligenza e attenzione all’evoluzione dei mercati, dei gusti, delle mode e alle opportunità che di volta in volta si presentano.

«Se l’Italia riuscisse a ragionare in modo più pragmatico, libererebbe importanti forze positive per lo sviluppo e la crescita»

In collaborazione con il mensile Espansione ed in anteprima su finanza.leonardo.it

editoriale ottobre 2013  del direttore Angela Maria Scullica