Spread era espressione sconosciuta ai più fino all’estate 2011, poi improvvisamente divenuta   familiare agli italiani, dal momento in cui la forbice tra i rendimenti dei titoli di Stato del nostro paese, si è allargata come mai nel passato, rispetto a quelli della Germania, in concomitanza con l’ingresso del nostro Paese in una fase di instabilità politica, nel bel mezzo della più grande crisi economica globale dal 1929.

Ciò che è utile tenere bene a mente tuttavia rispetto a questo parametro, oggi citato quotidianamente dai media finanziari e non, è il fatto che fornisca una misurazione del nostro debito comparata con quello di un altro Paese europeo. Ciò che si misura quindi è il differenziale (spread), tra i rendimenti dei titoli di debito decennali Btp italiano e Bund tedesco e non rappresenta pertanto una valutazione assoluta del costo del finanziamento del debito pubblico dell’Italia, che resta comnque insostenibile ai livelli attuali.

Venerdì scorso lo spread è sceso per la prima volta dal 2011 sotto quota 250 e il nostro primo ministro si è affrettato a prendersi il merito di questo “successo”, attribuendolo alla stabilità politica del governo e alla sua efficienza in tema di provvedimenti utili al rilancio dell’economia del paese.

E’ lampante che siamo alle solite e il motivo è facilmente spiegabile:

1)      I mercati si muovono in base ad un focus, elementi su cui si concentrano per periodi di tempo più o meno lunghi ma che non necessariamente rispecchiano i fondamentali di ciò che misurano.

2)       Nel caso dello spread Btp-Bund , nell’estate 2012 il miglioramento fu dovuto non alle politiche del governo Monti,  bensì all’intervento della banca centrale europea e avvenne dal momento in cui Draghi dichiarò l’Euro irreversibile e affermò che la Bce non avrebbe consentito un rialzo incondizionato dei rendimenti , garantendo interventi in acquisto da parte delle banche (che guarda caso erano state da poco finanziate con denaro fresco all’1%), sui titoli con scadenza entro i tre anni.   

3)      In questo caso lo spread migliora nonostante il sostanziale immobilismo in termini di interventi concreti di rilancio del governo Letta, semplicemente perché la Germania non trova conveniente, con le elezioni alle porte, che si crei tensione sui mercati, la qual cosa darebbe sicuramente argomentazioni al partito di opposizione della Merkel.

Questo però non significa che vi sia una qualche luce in fondo al tunnel o che rimandare provvedimenti che Bruxelles chiede a gran voce (aumento Iva e ripristino dell’Imu su tutte le abitazioni con eventuale ulteriore inasprimento della aliquote), serva a ridare fiato alla disastrata economia italiana.

Ad esempio mentre si discute di 2 mld di Imu, ponendo la discussione come base per una potenziale crisi di governo qualora non si trovasse un compromesso,  il rapporto debito Pil dell’Italia diviene sempre più irreversibile se non si cambiano le regole volute dalla UE. Basti pensare che dai livelli attuali, per rientrare entro il 100% servirebbero 500 mld e stiamo parlando del 100%, non del 60% come vuole l’accordo ratificato in sede europea.. Dove reperire questi fondi resta un mistero, ma una cosa è certa, si provocherebbe il crollo dei consumi e una crisi da cui per decenni non si uscirebbe.

Intanto dal 2014 si dovranno trovare 50 mld in più all’anno per adeguarsi al fiscal compact. Qualcuno di voi continua a vedere luci ? La verità è che tra un po’ di questo passo, non ci sarà più neanche il tunnel.