Non c’è niente da fare!  Nel mercato assicurativo italiano l’assicurazione auto resta la madre di tutte le questioni. D’altro canto i premi raccolti in questo ramo rappresentano il 57% del totale rami danni e per l’80% sono determinanti alla formazione dell’utile o alla perdita tecnica delle imprese. Il problema è tornato prepotentemente alla ribalta in occasione di una recente conferenza stampa dell’Ania, nella quale sono stati comunicati gli esiti di un confronto sul mercato Rca in Europa, redatto dal Boston Consulting Group. Le risultanze per gli addetti ai lavori erano in parte già note, ma la stampa non specializzata non ha certo lesinato nel riproporle all’opinione pubblica. Da questa ricerca emerge che le tariffe italiane sono le più care d’Europa (+213 euro annui per veicolo) e che la differenza percentuale media, sia per le autovetture che per i motocicli, è nell’ordine del 45%.

Analizzando i fattori che determinano i maggiori costi per i consumatori si può rilevare che le due voci più importanti, risultanti dalla media dell’ultimo quinquennio, sono il costo dei sinistri (82%) e le tasse pagate dagli assicurati (24%). Pur praticando le tariffe più elevate le compagnie italiane non hanno guadagnato neanche un euro, poiché il bilancio complessivo dell’ultimo quinquennio evidenzia un saldo negativo di 200 milioni. È pur vero che dal 2012 i bilanci sono decisamente migliorati e il 2013 dovrebbe essere ancora più positivo per gli assicuratori.

Dallo studio emergono altresì gli elementi chiave che spingono in alto i costi e implicitamente ipotizzano i provvedimenti e le azioni che potrebbero ridurli. Fra queste una riduzione delle tariffe, tendenza iniziata nel 2012, favorita dalla minore sinistrosità derivante dalla crisi economica che ha drasticamente ridotto la circolazione dei veicoli e dall’accentuarsi della concorrenza tra le imprese.

Ma quali potrebbero essere gli effetti di una più marcata riduzione delle tariffe, determinata da un maggior sviluppo delle compagnie dirette e da una riduzione conseguente dei costi di distribuzione? Sicuramente positive per gli assicurati che vedrebbero diminuire la loro spesa per le polizze auto, ma assai negativa per i livelli occupazionali del settore e per la sopravvivenza di molte agenzie. Sino ad oggi, infatti, i livelli occupazionali delle compagnie di assicurazione non si sono ridotti, malgrado le continue fusioni e concentrazioni che hanno caratterizzato il trascorso decennio. Nel sistema distributivo, invece, vi è stata una diminuzione nel numero degli sportelli accompagnata da un preoccupante calo di redditività per le agenzie di taglia più modesta. È innegabile che almeno 5 mila agenti (un terzo circa del totale) stiano ormai operando ai limiti della sopravvivenza. Gli aspetti più preoccupanti di questo stato di crisi sono almeno due: il primo deriva dal fatto che questa crisi sta subendo un’accelerazione impressionante. Un’accelerazione determinata dall’abolizione del tacito rinnovo e dal forte incremento che stanno evidenziando, nel 2013, le compagnie che propongono telematicamente la sottoscrizione dei loro contratti. Una spinta ulteriore potrebbe derivare da una maggiore presenza operativa nel ramo auto delle banche e in un prossimo futuro delle Poste.

Il secondo fattore deriva dal fatto

che le agenzie in crisi non hanno risorse economiche e in molti casi neppure cultura professionale idonea per procedere a una rapida riconversione del portafoglio clienti per orientarlo su rami diversi dalla Rc auto. Questo fenomeno si è verificato da anni nel mondo del commercio che ha visto molti piccoli esercizi abbassare le saracinesche a fronte della concorrenza esercitata dalla grande distribuzione e dalle vendite online.

Dispiace tuttavia che gli allarmi lanciati  da chi da anni segue l’evoluzione di questo mercato siano rimasti sostanzialmente inascoltati, nella erronea convinzione che la crisi, iniziata già prima del 2008, sarebbe stata una delle tante che hanno colpito il mercato assicurativo e che, con un po’ di pazienza, sarebbe stata superata. In effetti non si trattava e non si tratta di resistere, ma di modificare radicalmente le proprie abitudini operative. E questo, è ben noto, è uno dei compiti più difficili per ogni professionista e piccolo imprenditore.

Angela Maria Scullica