Non li ho in portafoglio, ma a questi prezzi sarebbero da comprare. Con le dovute cautele…
Prima di scrivere il mio pezzo, vorrei fare una doverosa premessa. Non sono un esperto di mercati emergenti (nè di equity, nè tantomeno sul debito) e quindi le mie saranno considerazioni dettate dalla logica.
Quando ho cominciato a lavorare, nel 1992 ( ahimè ho gia superato i 20 anni…!) tale asset class era davvero sconosciuta a quasi tutti gli operatori e ricordo che l’unico guru in materia era Mark Mobius, che tra le altre cose considerava anche l’Italia un mercato emergente, in quanto ne possedeva le tipiche caratteristiche di inefficienza, causata dalla scarsa liquidità, dalla manipolazione dei prezzi e dalla mancanza di controlli seri da parte delle autorità di vigilanza.
Ovviamente, questi erano i lati negativi, ma ve ne erano anche molti positivi, come le esuberanti crescite dei PIL e la possibilità di investire su aziende che avevano grandissime potenzialità ( e questa è la ragione per cui Mark Mobius poi cambiò idea sul mercato italiano). Per tale motivo, durante gli anni ‘90, vennero costituiti dei fondi d’investimento specializzati che raccogliendo molti miliardi di dollari spostarono enormi flussi di denaro su tali mercati, soprattutto sulle economie dell’Est , che fecero crescere a dismisura i prezzi delle azioni , alimentando così la bolla delle tigri asiatiche che poi scoppiò nel ‘97.
La fine del circolo virtuoso venne determinata da una serie di deflussi innescati dalle prese di beneficio (che prima o poi sarebbero comunque arrivate) su prezzi che non rispecchiavano più i reali valori ( quello che sarebbe poi successo nuovamente nel ‘99 sui titoli teconologici).
I primi a vendere realizzarono enormi guadagni, lasciando il cerino in mano a quelli che probabilmente erano entrati per ultimi, comprando appunto azioni ai massimi storici.
Non appena i soldi smisero di entrare , ci fu un fuggi fuggi generale che fece collassare tutto.
Ricordo che addirittura la Malesia fu costretta a mettere il blocco ai mercati finanziari, creando non pochi problemi ai fondi d’investimento che furono costretti a loro volta a bloccare, a loro volta,  i riscatti degli investitori finali.
A quei tempi, le economie sviluppate andavano molto bene, i debiti pubblici dei Paesi erano sotto controllo e le banche avevano ancora i conti in ordine, quindi gli investitori occidentali possedevano molte alternative d’investimento, potendo parcheggiare il loro denaro su conti bancari o su obbligazioni governative, che offrivano remunerazioni decenti , in attesa di trovare nuove opportunità.
Dico questo perchè, anche se sono tendenzialmente contrario alle fughe di massa legate al panico ( così come non mi piacciono gli acquisti legati alla moda), se esiste un’alternativa valida dove appoggiare i soldi e ragionare con calma , mettendo uno stop loss, posso anche comprendere certi comportamenti.
Ora invece proviamo ad analizzare quanto è successo nel 2013 e facciamo due considerazioni.
Ad inizio anno ci trovavamo in una situazione di debito pubblico delle economie sviluppate ( US, UK, EU e Giappone) ai massimi storici come rapporto sul PIL, con yield estremamente bassi, addirittura negativi nella parte corta della curva.
Le banche potevano accedere alla liquidità delle banche centrali e nonostante avessero dei bilanci disastrosi i tassi riconosciuti alla clientela erano ridicoli se rapportati al rischio  che i depositanti correvano ( non dimentichiamoci cos’è successo a Cipro o alla SNS Bank).
Per tale motivo, l’investimento più in voga era l’acquisto di obbligazioni governative o corporate negli  emerging markets, sia in hard currencies che in valuta locale, perchè – si diceva – queste economie ormai erano diventate indipendenti dai flussi in entrata dall’Occidente e avrebbero potuto camminare con le proprie gambe.
I tassi d’interesse medi erano del 5 % circa e rappresentavano un affare in quanto mediamente il rapporto debito pubblico/ PIL era al 50 %.
Molti addirittura pronosticavano un’ ulteriore spinta sui rendimenti legati all’apprezzamento della valuta locale contro le hard currencies e quindi tendevano a sovrappesare tale asset class.
In Frame siamo sempre stati abbastanza cauti su questo tipo d’investimento, preferendo anzi debito frontier ( paga di più) e high yield a breve termine ( le aziende hanno la liquidità per pagare i debiti in scadenza nei prossimi sei mesi); tuttavia mai mi sarei aspettato di assistere a quello che sto vedendo in questi giorni… o forse sì, perchè che ogni volta mi sembra  un film già visto.
Quello che è successo qualche mese fa è noto a tutti… Il tapering della FED ha scatenato un piccolo putiferio sui mercati dei bond governativi di tutto il mondo: i T-Bond e i Bund tedeschi sono passati ad un rendimento del  3 % e del 2% rispettivamente, e quindi i prezzi sono scesi molto, creando un effetto a catena che ha colpito anche i mercati asiatici ( e non solo, considerato  anche il crollo del Real brasiliano).
La conseguenza è stata come al solito un deflusso importante di denaro da tali economie, che ha fatto scendere pesantemente sia i prezzi delle obbligazioni sia il rapporto di cambio con le valute dei paesi sviluppati.
Ed ecco che immediatamente sui giornali economici appaiono i titoloni “Come sfuggire al crollo dei mercati emergenti” oppure ” Portafogli consigliati sicuri, senza rischi da emergenti” … Ma, come mi dico io… ma questi investimenti non dovevano essere sicuri, maturi, indipendenti dai flussi e bla e bla etc etc ?!?!
E ancora… ma i rapporti di debito/PIL, non saranno mica diventati improvvisamente pessimi, soprattutto se rapportati a quelli ” nostri ” ?!
E allora, perchè scappare adesso da un’attivita’ finanziaria che ora mi offre uno yield del 7% e da un’economia che, grazie al deprezzamento della sua valuta, potrebbe godere di vantaggi competitivi in futuro?
Per tale motivo, voglio andare contro corrente e dire che può essere interessante adesso avere una parte del proprio portafoglio investita sia sul debito che sull’equity dei mercati emergenti, facendo tuttavia molta attenzione a scegliere i gestori giusti, che non abbiano miliardi di dollari in gestione, onde evitare rischi di liquidità.
Fatevi aiutare da un bravo consulente finanziario e vedrete che spesso è meglio ragionare con la propria testa , che non seguire i titoloni dei giornali.

Ed ecco infine le consuete performance settimanali dei fondi che utilizzo paragonata a quelle delle “big four”.

Schermata 09-2456545 alle 16.31.58