Chi scrive non vuole millantare competenze psicoanalitiche o psicoterapeutiche, ma solo richiamare la sindrome di Dunning-Gruger, sulla quale insigni psicologi di una primaria Università americana hanno approfondito i loro studi.

La sindrome descrive il comportamento di persone incompetenti che fanno scelte sbagliate e traggono conclusioni errate ma che, proprio a causa della loro incompetenza, non sono in grado di rendersene conto.

I sintomi che si registrano in questa patologia (perché di tale si tratta) manifestano come le persone incompetenti tendano a sovrastimare il loro livello d’incompetenza (ad esempio, un argomento trattato); oppure non riescono a riconoscere la competenza negli altri (come, qualificati esperti del settore); ovvero, infine, a rendersi conto della loro inadeguatezza a svolgere certi compiti o ad occupare certe posizioni.

Ebbene, tale sintomatologia non ricorda, forse, certe proposte elaborate negli ultimi tempi in campo economico e fiscale da parte di qualcuno ?

Onestamente, il dubbio mi è venuto leggendo il percorso di alcuni lavori preparatori in sede ministeriale; non ultimi, quelli sull’eventuale introduzione di una tobin tax “all’italiana”.

I lavori sono ancora in corso, ma allo stato attuale, questa imposta, così come ipotizzata in sede nazionale, andrebbe a colpire le transazioni sulle sole compravendite azionarie e sui derivati con un’aliquota intorno allo 0,05%.

Ne resterebbero esclusi (salvo ripensamenti dell’ultima ora) i titoli di Stato e le operazioni in derivati sugli stessi, nonchè i bond in genere.

Indipendentemente dalla tecnicalità che esprimerebbe un tassa del genere si vogliono, in questa sede sottolineare, invece, alcuni punti.

In primo luogo, è tassa “autolesionistica” e “recessiva”.

Perché mai farla in Italia (seguita da Germania e Francia con connotazioni, però, differenti), quando altri Paesi  (Gran Bretagna, Irlanda, Svezia, Olanda) hanno già manifestato la loro contrarietà a tale balzello ?

Per fare cassa ? E di quanto ?

Non si è pensato che l’introduzione di una tassa siffatta porterebbe inevitabilmente gli operatori istituzionali a trasferire le loro transazioni in altre giurisdizioni (a Londra, ad esempio) con conseguenze estremamente negative sia per i volumi che verrebbero a mancare che per la forza lavoro impiegata in Italia ?

Le proposte fatte sino ad oggi descrivono, infatti, un’applicazione ai soli soggetti residenti.

Si fa la guerra ai paradisi fiscali e poi si consente a certi paesi (ove si sposterebbero le transazioni) di diventarlo (almeno sotto questo profilo)  ?

E’ questo, poi, il modo di rilanciare la crescita, i posti di lavoro e l’economia in generale ?

Tra l’altro, ci si dimentica delle esperienze fatte da altri Paesi ?

La Svezia, ad esempio.

Sperimentò una tassa simile nel 1984 (inizialmente su stock options e compravendite azionarie, successivamente estesa anche alle obbligazioni).

Si verificò un crollo dei volumi negoziati e le entrate fiscali furono inferiori al previsto.

Il saldo netto fu, comunque, negativo; tanto che nel 1991 fu abolita !

In secondo luogo è “discriminatoria”.

Presentata come strumento di lotta alla speculazione non colpisce i titoli di Stato.

Ma non ci si ricorda più dove la speculazione si è accanita a partire dal secondo semestre 2011 ?

Proprio sui titoli di Stato, ove quelli italiani hanno fatto la parte del leone.

In terzo, ed ultimo, luogo è “miope e punitiva”.

Stroncherebbe, infatti, l’operatività dei piccoli-medi risparmiatori che, a differenza, degli operatori professionali avrebbero più difficoltà a delocalizzare le loro transazioni.

Senza contare l’effetto sulla liquidità dei mercati che restringerebbe gli operatori, controparti nelle negoziazioni.

Certamente ad una certa parte del mondo politico una tassa del genere potrà piacere, perché farebbe presa sul proprio elettorato (si è vicini alle elezioni) e consentirebbe di continuare ad alimentare il clima di “caccia all’untore”, dimenticando che la speculazione negativa e la grande finanza si debbono combattere in altro modo.

Speriamo in un ripensamento sulla “via di Damasco”.

La speranza è l’ultima a morire anche se con “qualcuno” ……… può apparire lecito perderla.

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