Come è noto agli operatori di settore, con il termine di UCITS IV (undertakings for collective investment in transferrable securities) si fa riferimento alla Direttiva approvata dal Parlamento europeo il 13 gennaio 2009 (n° 65) ed entrata in vigore il 1° luglio 2011.

Nel nostro ordinamento è stata recepita (in ritardo) con il D.Lgs n° 47 del 16 aprile 2012.

La Direttiva, che di fatto abroga la precedente (UCITS III), ne riprende, in sostanza, le disposizioni introducendo però alcune innovazioni.

In generale, si prefigge l’obiettivo di garantire una maggiore efficienza nella gestione dei fondi comuni(OICVM) aumentando la tutela degli investitori attraverso la divulgazione delle informazioni sui prodotti offerti in modo più semplificato.

Le principali innovazioni introdotte dalla nuova Direttiva costituiscono al contempo le principali differenziazioni rispetto alla precedente UCITS III.

Queste possono essere così sintetizzate.

In primo luogo, si prefigge la finalità di abbreviare il tempo di commercializzazione degli OICVM ad un massimo di 10 giorni lavorativi (rispetto ai circa due mesi attuali) tra la presentazione completa da parte del promotore e l’inizio della commercializzazione stessa.

In secondo luogo, introduce il c.d. passaporto del gestore. Con tale espressione si intende una regolamentazione diversa rispetto a quanto previsto sino ad oggi.

In sostanza, viene prevista la possibilità per i fondi comuni autorizzati in uno Stato membro di essere gestiti da una Sgr insediata in un altro Stato membro e da questo autorizzata, a condizione che determinati requisiti vengano soddisfatti.

In pratica, l’innovazione si prefigge l’obiettivo di raggiungere un’economia di scala attraverso la riduzione dei costi.

In terzo luogo, viene introdotta la possibilità, per una Sgr, di essere sottoposta alla vigilanza (prudenziale) del paese d’origine anche se decide di operare attraverso l’istituzione di una succursale o in regime di libera prestazione di servizi in un altro Stato membro. In tal caso, però, la Sgr dovrà rispettare le norme dello Stato ospitante per ciò che attiene agli aspetti costitutivi e di funzionamento.

In quarto luogo, la Direttiva autorizza le procedure di fusione tra OICVM, con la finalità di ridurre gli oneri amministrativi che gravano sui gestori intenzionati ad attuare una fusione. Una variabile critica (soprattutto per le Sgr), comunque, è da ricondurre al diverso regime commissionale tra OICVM di diritto estero e fondi italiani con la medesima politica di investimento. In tal caso, l’abbassamento delle commissioni di gestione al livello più basso rispetto alle due categorie porterà ad una riduzione dei ricavi commissionali per i gestori.

In quinto luogo, vengono disciplinate le c.d. strutture master-feeder (cioè fondi che investono oltre l’85% del proprio patrimonio in altri fondi) con l’obiettivo di diminuire la frammentazione degli OICVM esistenti incrementando l’efficienza delle politiche di investimento. Queste strutture sono caratterizzate dalla presenza di un OICVM master ed almeno un OICVM feeder, ove quest’ultimo viene costituito per investire almeno l’85% dei propri asset in un OICVM master o in un comparto dello stesso. Il master, però, non potrà essere al contempo un fondo feeder né detenere quote di un fondo feeder. Sull’investitore finale non potranno esserci duplicazioni di costi gestionali.

Infine, ma non in ultimo luogo per importanza, viene previsto il c.d. KIID (key investor information document) che va a sostituire il precedente prospetto semplificato e ad affiancare il prospetto (Prospectus).

Tale documento, di natura semplificata (rispetto a quello precedente), è stato disciplinato nell’intenzione del legislatore comunitario per fornire agli investitori informazioni essenziali connesse al fondo che intendono acquistare dovendo, al contempo, essere chiaro e comprensibile e soprattutto breve. Tale, in ogni caso, di consentire agli investitori di assumere decisioni di investimento più consapevoli e con maggiore cognizione di causa.

Ne deriva che elemento centrale del KIID non può non essere una puntuale e più mirata indicazione dei costi e dei profili di rischio.

Ecco, allora, che sotto quest’ultimo profilo entra in gioco la CONSOB che è intervenuta per eliminare completamente l’indicazione degli “scenari di rischio” (tranne che per le polizze vita di ramo III – unit e index linked), che avrebbero permesso molto più facilmente agli investitori di avere una visione chiara e comprensibile del loro investimento.

Al loro posto, è stato fornito un criterio diverso (c.d. scenario what if) che sostanzialmente delega all’intermediario la scelta dello scenario da rappresentare per segnalare la rischiosità del fondo; senza imporre, peraltro, un obbligo informativo specifico dell’ipotesi prescelta.

Facile intuire che una tale metodo, potendo anche non rappresentare elementi verosimili per segnalare la rischiosità del fondo, possa prestarsi a scelte arbitrarie o comunque dettate da motivazioni commerciali.

Quale la motivazione della CONSOB ? Necessario per adeguarsi al dettato comunitario che vieta l’indicazione degli scenari di probabilità.

Peccato che, sotto il profilo normativo, non si riscontri alcuna disposizione comunitaria che abbia questa previsione !

E la tutela preventiva del risparmio  ?

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