Nel mio precedente articolo “La crisi ucraina e le incoerenze dell’Occidente” sottolineavo le contraddizioni di UE e USA, che alcuni anni fa vollero applicare il principio della autodeterminazione dei popoli per staccare il Kosovo dalla Serbia, ed ora – nella crisi russo-ucraina – propugnano invece il principio della intangibile integrità territoriale dello Stato ucraino, da ultimo dichiarando “illegale” il referendum che in Crimea ha approvato a larghissima maggioranza l’adesione alla Russia. Ora, l’incoerenza e le contraddizioni non sono certo una novità nella condotta degli Stati, visto che esse possono essere funzionali alla loro politica di potenza. Ma è proprio sotto questo aspetto che ci sono alcune considerazioni da fare sulla condotta dell’Occidente riguardo alla crisi ucraina: innanzitutto il caso del Kosovo è troppo recente perché l’opinione pubblica non se ne ricordi e dunque non si avveda dell’incoerenza dei Paesi occidentali (e ci sta pensando comunque il Kremlino a ricordarlo urbi et orbi); la seconda considerazione è che – se si vuole fare una politica di potenza bisogna avere chiari i mezzi per condurla e la determinazione per portarla a buon fine, nonché avere in primis la ragionevole probabilità di ottenere lo scopo che ci si propone.

Mi pare proprio, invece, che nel caso della crisi russo-ucraina nessuno degli Stati occidentali, dopo aver coltivato l’illusione di staccare la stessa Ucraina dall’orbita russa, abbia ben chiaro che cosa fare ora e fino a quale punto spingersi; essendo infatti perfino ovvio che USA e UE non possono scontrarsi militarmente con l’orso russo (che peraltro dispone ora di forze armate completamente rimodernate) senza scatenare una guerra mondiale, l’opzione delle sanzioni economiche non potrà certamente capovolgere la situazione sul campo, ed inoltre – se tali sanzioni danneggeranno la Russia – certamente danneggeranno anche i Paesi europei, e questi ultimi molto più degli Stati Uniti (dell’importanza dell’interscambio commerciale della Russia con Germania e Italia non mette conto parlare, tanto essa è nota).

E qui si vede come in realtà, dalla fine della Guerra Fredda, gli interessi geopolitici dell’Europa – quantomeno dei Paesi continentali, poiché il Regno Unito è ben altra cosa – abbiano cominciato a divergere sempre più da quelli degli Stati Uniti. Questi ultimi, infatti, possono permettersi una politica di confronto con la Russia, l’Europa no; gli USA hanno abbondanti riserve di gas e petrolio, l’Europa no; gli Americani sono geograficamente lontani dai turbolenti paesi del Medio Oriente, l’Europa no; agli Americani non importa niente se il confronto – ieri con la Serbia e oggi con la Russia – attizza nuovamente la secolare ostilità del mondo slavo-ortodosso verso l’Occidente, mentre l’Europa ha tutto l’interesse a ricomporre questa frattura; infine, la potenza Russa è un necessario fattore di riequilibrio nei confronti delle rinnovate ambizioni turche nonché un bastione contro l’Islam estremista in generale, mentre gli USA, pur se colpiti dagli attentati dell’11 settembre e pur conducendo la guerra ai talebani, continuano ad avere per alleato quell’Arabia Saudita che con le sue madrasse esporta nel mondo intero (Europa compresa) l’intransigenza fanatica della setta wahabita al potere. Il peggio, però, è che i dirigenti della Unione Europea non sembrano rendersi conto di tutto questo e non sanno, di conseguenza, elaborare una politica estera che individui i veri interessi dell’Europa.

Ma su tali questioni ritorneremo presto.

Articoli di Luigi Tirelli (a cura di www.emiliotomasini.it)