L’Italia è sempre stato un sistema bancocentrico che, per mantenere certi equilibri politici e di forza,  non ha mai spinto la ricerca e l’implementazione di fonti alternative al finanziamento alle imprese, soprattutto se di piccole e medie dimensioni. Negli anni passati il legame tra banche, grandi imprese e politica era così forte, sentito e indissolubile da non dare spazio nel nostro Paese  allo sviluppo di un mercato dei capitali evoluto sullo stile di quello dei Paesi anglosassoni. L’Italia viveva e produceva prevalentemente all’interno di un mercato protetto senza manifestare la volontà di uscire dai propri confini e di misurarsi con le multinazionali internazionali. In questo  contesto limitato le piccole e medie imprese sono riuscite ugualmente a trovare il proprio spazio contando prevalentemente sull’autofinanziamento. Ma l’integrazione europea avvenuta a partire dagli anni Novanta ha posto il sistema italiano di fronte alla sfida  della competizione, della crescita e della qualità iniziando a scardinare quelli che erano i pilastri sui quali si fondavano le logiche di potere che, a partire dal dopoguerra, avevano dettato legge. La  crisi e l’incalzante sviluppo tecnologico di questi ultimi cinque anni hanno fatto il resto. La crisi ha ridotto la circolazione della liquidità, ha imposto alle banche di ricapitalizzarsi, ha provocato recessione. Nello stesso tempo i veloci progressi della teconologia stanno accrescendo la competizione globale e stanno imponendo un cambiamento radicale in Paesi come l’Italia che non hanno innovato e non si sono dotati nel tempo di strutture e modalità operative efficienti e flessibile. È diventato quindi di fondamentale importanza superare il modello banco-centrico, non più in grado di far fronte da solo  alle esigenze di finanziamento per il rilancio dell’economia reale e  aprire tutti i canali di finanziamento alternativi o complementari al credito bancario. Ed è in quest’ottica che il Governo Monti, prima e a seguire quello Letta, hanno avviato il Decreto Sviluppo e il  piano Destinazione Italia. Un percorso obbligato, accelerato dal programma europeo di crescita che punta sulle piccole e medie imprese, sul quale si è incamminato anche l’attuale Governo Renzi. Il Decreto Sviluppo, elaborato dal Governo Monti per fronteggiare la crisi economica italiana, era focalizzato essenzialmente sull’adozione di misure volte a consentire un parziale rilancio economico del nostro Paese a vantaggio delle piccole e medie imprese. Tra le novità i cosiddetti mini bond (ovvero cambiali finanziarie a breve termine ed obbligazioni a medio lungo emesse dalle Pmi) che prevedevano per le imprese non quotate un regime analogo a quello delle quotate. Per renderli appetibili Borsa Italiana ha  attivato nel febbraio 2013  ExtraMot, il nuovo mercato dedicato alla quotazione dei minibond. Le misure entrate in vigore a partire dalla fine del 2012 hanno già raddoppiato il numero di aziende italiane che si sono affacciate sul mercato internazionale dei capitali. Nel piano Destinazione Italia l’azione di sostegno alle forme di finanziamento a medio e lungo termine alternative e complementari  a quelle del sistema bancario è stata resa più incisiva. E attualmente le imprese quotate  all’Aim Italia, il mercato dedicato alle imprese minori, sono già 41 mentre altre quindici o venti potrebbero arrivare quest’anno. Così mentre in Italia sta prendendo piede un mercato dei capitali anche per le Pmi,  la profonda ristrutturazione a cui sta andando incontro il  sistema bancario italiano per il combinarsi di Vigilanza europea, crisi, ed era digitale mette definitivamente la parola fine  in Italia al sistema bancocentrico degli anni precrisi.

È fondamentale aprire tutti i canali di finanziamento alternativi o complementari al credito bancario

Angela Maria Scullica