L’unione bancaria  viene salutata da tutti, come una grande conquista, in realtà non è altro che il primo passo verso il più grande furto legalizzato della storia che non viene fatto attraverso le armi tradizionali, come una qualsiasi rapina “standard”, ma attraverso la finanza.

Questa mattina la stampa nazionale riporta  le dichiarazioni festanti del ministro dell’economia Saccomanni, il quale parla di grande vittoria dell’Italia sul tema dell’unione Bancaria. “L’accordo raggiunto, permetterà di evitare che vi sia un’altra Lehman Brothers a Roma”  Come quasi sempre capita da un bel po’ di tempo a questa parte, chiariamo che non c’è proprio niente da festeggiare e se avete qualche minuto di tempo per leggere questo articolo per intero, capirete perché.   Bisogna essere molto chiari con i lettori, perché l’informazione “tradizionale” lo è molto poco su questo tema.

Da Asmussen fino a Draghi la motivazione ufficiale per la creazione di questo meccanismo sarebbe quella di non coinvolgere i governi e i contribuenti nel processo di fallimento delle banche. Il che è anche giusto. Ma siamo sicuri che il motivo sia proprio quello? Esaminiamo bene la questione. In caso di fallimento di un istituto di credito, o anche solo in caso di gravi difficoltà attraversate,  si prevede che a pagare siano i creditori e cioè gli azionisti della banca in primo luogo e successivamente gli obbligazionisti. Esiste però anche un terzo step, quello che io da mesi ho denominato “modello Cipro” , cioè i correntisti della banca stessa. Le autorità, assicurano che i conti correnti con importi inferiori ai 100mila euro sarebbero assicurati e quindi esclusi dal provvedimento; ma anche in questo caso il dubbio, fortissimo, è più che lecito. Infatti se si confrontano i dati sulle sofferenze bancarie con gli attivi delle stesse, notiamo che la possibilità di mantenere fede all’assicurazione è a dir poco utopistica.  E anche nel caso in cui questo fosse possibile resta il fatto che ci si prepara a legalizzare il furto della proprietà privata, il denaro presente sui conti correnti.

Questa procedura si chiama bail-in e dovrebbe entrare in vigore dal 1 gennaio del 2016 anche se in molti premono per anticipare i tempi, per un motivo ben preciso: la pressione sul settore e soprattutto le incognite presenti sono enormi e i rischi di un crollo è concreto, alla faccia della solidità delle banche europee sbandierata in giro dai burocrati . Per questo motivo è quanto mai necessario trovare una copertura o comunque un’ancora di salvezza nel caso si verifichi qualche “incidente” prima di quella data.

Attenzione però, la questione non si esaurisce con il semplice bail-in a carico dei creditori e dei correntisti;  Sempre riferendosi alle modalità di salvataggio, la stessa Bce afferma che dev’essere stabilito anche un back-stop governativo e cioè una sorta di paracadute pubblico nel caso di  rischio di default di una banca.

Ma questo  “paracadute” pubblico da cosa sarebbe formato? Da quali fondi? E soprattutto con quali tempistiche dovrebbe essere usato?

Partiamo dalla prima domanda: i fondi arriverebbero dall’ESM, il famoso fondo salva stati voluto dalla Bce, quello al quale l’Italia ha già versato 45.000.000.000 (si legge quarantaciqnuemiliardi)  di euro, un Meccanismo di stabilità creato appunto per aiutare Stati in difficoltà, anche se fino ad ora non è stato mai utilizzato. Quindi il fondo salva Stati  dovrebbe essere impiegato, almeno in parte (quella relativa allo Stato in cui risiede l’istituto in default),  per salvare le banche. Peccato che così si intacchino fondi dei contribuenti dei vari Stati europei e peccato anche che gli stessi contribuenti siano anche i correntisti delle banche che si dovrebbero salvare attraverso il bail-in.

La morale di questo ennesimo gioco delle tre carte è sempre la stessa: a pagare sono sempre e solo i privati cittadini e allora ecco spiegate ancora le varie strategie tese a limitare il più possibile l’uso del contante, inclusa l’ultima trovata del governo Letta in tema di pagamento dei canoni di locazione delle abitazioni: in questo modo si estende l’obbligo di avere un conto corrente, dal momento che ogni transazione, affitti compresi, deve avvenire attraverso il sistema bancario. La motivazione ufficiale resta la tracciabilità del denaro ma è pura propaganda, molto più facile vedere in queste mosse le intenzioni di un controllo  totale della ricchezza dei privati da parte delle banche stesse. In virtù di questo non mi stupirei se un domani non troppo lontano la carta moneta venisse dichiarata illegale e fosse imposto l’obbligo delle transazioni elettroniche per qualsiasi spesa, anche minima.

Non solo, ma nel meccanismo dell’unione bancaria esistono anche non meglio identificate  regole per i cosiddetti “casi eccezionali”. E non è da escludere quindi che in futuro si vadano ad intaccare i conti correnti al di sotto dei 100mila euro, quelli che prima invece erano esentati da ogni tipo di intervento, magari proprio per evitare di ledere gli interessi di un grande investitore che, altrimenti, subirebbe una perdita tropo alta con “grave rischio della stabilità del sistema  internazionale”. 

Ricapitolando: senza alcuna consultazione democratica si sta mettendo a punto un meccanismo sovranazionale che interviene prima utilizzando i fondi del MES (soldi dei contribuenti) e successivamente ripaga i debiti della banca in questione penalizzando nell’ordine azionisti, obbligazionisti e infine possessori di un semplice conto corrente aperto nella banca in questione.

 A queste obiezioni qualcuno potrà rispondere che purtroppo non c’è altra soluzione, ma chi afferma ciò o è incompetente o mente. Una possibilità sarebbe la reintroduzione della legge Glass-Steagall del 1933, ovvero quella legge che divideva le banche d’affari da quelle commerciali. Con la sua reintroduzione le banche tornerebbero a fare il loro vero lavoro e cioè prestare i denaro ai privati e alle imprese, cosa che adesso non fanno, almeno in Europa.  Diversamente, le banche d’affari andrebbero  liberamente a speculare rispondendo in prima persona delle perdite create, senza scaricarle su contribuenti e correntisti.

Fino ad oggi le banche hanno vissuto in una perfetta situazione  win-win, cioè vittoria in entrambi i casi: se lavoro e guadagno i profitti restano alla banca, se invece si registrano delle perdite allora a pagare sono correntisti e contribuenti.

La distruzione della ricchezza del ceto medio, può proseguire indisturbata, e qui la fanno anche passare per una grande vittoria dell’Italia. Evviva !

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