I numeri interi hanno una grande valenza psicologica sui mercati: funzionano da catalizzatori e da respingenti allo stesso tempo. Al maggior indice azionario del mondo, il Dow Industrials, ci vollero 17 anni per superare definitivamente quota 1000. In questi giorni c’è un cluster impressionante di numeri interi sulle grandi borse: 13000 Dow, 3000 Nasdaq, 7000 Dax, 6000 FTSE, 10000 Nikkei. Abbastanza per prendersi una breve vacanza da algoritmi e numeri (che secondo me, insieme a un valido impianto di asset allocation, restano l’unica maniera per sopravvivere sui mercati) e per tornare indietro nel tempo di oltre un secolo e parlare di vecchia, vecchissima analisi grafica: la teoria di Dow e un paio di concetti (ultra)basic, applicati alla situazione attuale.

Da Wikipedia: “Charles Henry Dow (Sterling, 6 novembre 1851 – Brooklyn (New York), 4 dicembre 1902) è stato un giornalista statunitense. È stato il cofondatore della società Dow Jones and Company con Edward Jones e Charles Bergstresser. Dow ha fondato anche il Wall Street Journal, che si affermò nel tempo come uno dei più importanti quotidiani finanziari del mondo. Inventò anche il famoso indice Dow Jones Industrial Average in seguito ai suoi studi e ricerche sui movimenti del mercato. Sviluppò inoltre tutta una serie di principi per capire e analizzare il comportamento del mercato che in seguito divennero noti come Teoria di Dow, e furono la base dell’analisi tecnica.”

Puo’ una teoria vecchia di oltre un secolo avere qualcosa a che fare con i mercati, addì, Idi di Marzo 2012?

Ecco i sei principi di base della teoria della Teoria tecnica di Dow, ricordando che valgono per tutti i mercati azionari, ad eccezione di un punto (importante: il 4) che é specifico del mercato USA:

  1. Il mercato è formato da tre tendenze (trend): trend primario (lungo periodo = sui miei modelli lo tratto con le indicazioni su base annuale e trimestrale), secondario (medio periodo = indicazioni su base mensile) e minore (breve periodo = base settimanale)
  2. Le tendenze si suddividono in tre fasi: accumulo (solo le “mani forti” investono), partecipazione del pubblico (ritorno della fiducia nel mercato) e distribuzione (tutti investono, momento di euforia del mercato, crollo della percezione del rischio, compiacenza)
  3. Il mercato azionario sconta tutte le notizie: i prezzi delle azioni incorporano e riflettono velocemente tutte le informazioni che le riguardano
  4. I due indici principali del mercato azionario, Dow Industrials e Dow Transportations, devono confermarsi a vicenda: occorre che il trend di uno sia confermato anche dall’andamento dell’altro
  5. Le tendenze devono essere confermate dal volume: il volume in genere segue i prezzi, però se l’andamento è caratterizzato anche da forti volumi, allora è veritiero
  6. Le tendenze esistono fino a che dei segnali definitivi dimostrano che sono terminate: brevi periodi di movimenti in controtendenza non costituiscono inversione di rotta del mercato salvo un persistere degli stessi e una conferma in base al punto 4

Un altro punto specifico della Dow Theory é relativo alla struttura interna e alla suddivisione dei movimenti del mercato. Secondo Dow, una spinta al rialzo é composta da tre fasi: accumulazione, partecipazione del pubblico, speculazione e distribuzione dalle mani forti a quelle deboli. Questo concetto si applica a tutti i movimenti di vario grado, dal lunghissimo al breve termine, ed è anche alla base di tutti i miei modelli ciclici.

Secondo la Dow Theory, in particolare secondo il punto 4, nuovi massimi di un indice (in questo caso il Dow Ind) non confermati dall’altro indice (in questo caso il Dow Tr) rappresentano un “warning”, un segnale di allarme. La logica è intuitiva, se pensate con la testa della fine del 1800: se quello che viene prodotto (Industrials) non viene trasportato alla stessa intensità (Transportations), c’è qualcosa che non funziona. Come mostrano i due grafici di lungo periodo in basso, questo è esattamente quello che era avvenuto prima del top del 2000. E questo è esattamente ciò che sta avvenendo adesso, sia su una base di medio termine (il Dow Ind è a nuovi massimi rispetto al 2011, mentre il Dow Tr è sotto), sia di breve (Dow Ind a nuovi massimi del 2012, Dow Tr no). Un warning di questo tipo, di per se, è come una bandiera gialla sulla spiaggia: il mare è agitato ma quelli bravi possono ancora fare il bagno. Esattamente come il segnale di “entrata in bolla” che ho dato e che confermo su Apple: non un “segnale di vendita” e ancora meno un segnale di andare short (= mai, mai, mai, mettersi contro al treno lanciato senza freni!), solo una indicazione di consapevolezza e di realismo su dove siamo e dove stiamo andando, basato sull’insegnamento della storia.

Ovviamente questo warning generato dalla Dow Theory potrebbe essere annullato in positivo se, con il Dow Ind a nuovi massimi, il Dow Tr riuscirà a migliorare prima 5384 (massimo 2012) e poi 5627 (massimo 2011). Un secondo segnale di allarme arriverebbe invece da una discesa del Dow Ind sotto 12700 e del Dow Tr sotto 5000.

Ma è l’ultimo grafico, quello del Dow Ind, che evidenzia un altro aspetto intrigante: l’angolo di inclinazione della salita dal 2009 è identico a quello che governò la salita 1995-2000. Ed è, tra l’altro, lo stesso della salita che portò al top del 1929. Una curiosa coincidenza, valida tra l’altro su questo indice e non su altri. Ma va tenuto conto che, espresso in EUR (grafico sotto), questo indice è ben più ipercomperato ed ha già raggiunto i massimi del 2007.

Un’altra interessante osservazione/coincidenza viene dal paragone dell’andamento del Copper (rame) con quello del Dow Tr: i movimenti di lungo periodo sono assolutamente coincidenti, anche se a posteriori si sarebbe fatto meglio, sia in termini di volatilità che di performance, a comperare rame piuttosto che indice dei trasporti, molto probabilmente per l’impatto sul metallo delle nuove economie. Ad ogni modo, anche il rame – che viene usato come “leading indicator”, cioè anticipatore, sta generando divergenze negative con i maggiori indici azionari e non riesce a superare il tappo di 620-640.

Tra l’altro, come si vede dal grafico sotto, sta formando un potenziale “Testa & Spalle” ribassista di perfetta (finora) fattura tecnica. La neckline (linea del collo) è poco sotto 500: sembra tanto, ma ci sono volute solo 4 settimane tra Dicembre e Gennaio per andare da 500 ai valori di adesso.

Ancora migliori, in termini di pura qualità tecnica, sono i due “Testa & Spalle” sull’indice MSCI World ex (senza) USA, grafico sotto. Il primo si era formato sul top del 2007 e – una volta rotto – ha portato a quello che ha portato. Quello attuale, di analoga, ancora più perfetta fattura simmetrica, ha la spalla sinistra sul top del 2010, la testa sul top del 2011 e la spalla destra in (potenziale) formazione. La neckline, poco sopra 200, è ancora molto lontana; la resistenza è a 260.

MSCI World ex USA – dati settimanali dal 2007

Le borse sono ipercomperate sul breve ma ancora ben sostenute dal momentum sul medio. Scivolate di breve non devono impensierire per ora l’investitore, anche se è molto meglio vendere tatticamente su altri rialzi e attendere le prossime correzioni per entrare. Il USD è vicinissimo a segnali importanti. Il petrolio é vicino ai massimi storici, con un doppio effetto inflattivo e deflattivo (in quanto leva sempre più soldi dalle tasche). Lo spread è vicino al target di 250: sotto, se continua la pacchia, potremmo vedere 130-120, ma non tanto per la salita del BTP quanto per la probabile correzione del Bund. I bonds tedeschi e americani stanno infatti scricchiolando, in strana sincronia con l’oro: sembrano in stallo o in deflusso gli assets “assicurativi”, in una forma di progressiva capitolazione dei parametri di rischio unita alla ricerca di rendimento resa, agli occhi di investitori privati ma anche istituzionali, necessaria dai rendimenti reali negativi e quindi del tutto non competitivi dei bonds a breve. Ecco: questo è un curioso, palese e non so quanto previsto “collo di bottiglia” indotto dalle varie megaoperazioni di salvataggio e rifinanziamento poste in essere dal 2008 ad oggi. Di tutto questo, va ricordato, i mercati emergenti e asiatici sono molto vittime e pochissimo complici. Continuo a pensare che viviamo in tempi molto interessanti e tutt’altro che scontati.