La terza guerra mondiale continua (quella economica, si intende). In particolare, due Paesi si fronteggiano: la Germania da una parte e l’Italia dall’altra, ove la prima vuole imporre la propria sovranità e la propria supremazia sull’altra.

Le sturmtruppen germaniche sono determinate e ben allineate e, sembra, non vogliano arretrare di un passo. Almeno fino a riconferma al potere del comandante in capo: Frau Merkel.

L’esercito italiano, invece, è smarrito; la popolazione è in preda a scoramento e sfiducia. I capi preposti non sono (come non lo sono mai stati negli ultimi tempi) in grado di rappresentare la nazione e difenderla dai continui attacchi che vengono portati dalla armata tedesca. Anziché combattere (confrontarsi) per esaltare i pregi italiani (ve ne sono ancora tanti, a dispetto delle malelingue), si comportano come “zerbini”, supini nella speranza della compiacenza e di un gesto di magnanimità del potentato d’oltralpe. Una sorta di pugile alle corde che continua a prendere colpi senza reagire.

Fuori di metafora, in queste settimane abbiamo assistito all’ulteriore tentativo, da parte della Germania ( ma non solo) di attaccare l’Italia facendo leva su un dato fornito dalla BCE che ha pubblicato un proprio rapporto sul possesso della casa e sui consumi europei.

Dalla ricerca della Banca centrale scaturirebbe un dato “sorprendente”: gli italiani hanno una ricchezza media superiore a quella dei tedeschi (173% del PIL, rispetto al 124% delle famiglie tedesche), anche perché in Italia il 70% delle famiglie possiede la casa rispetto al 40% della media europea e, addirittura, rispetto al 44% dei tedeschi. E per questa “presunta” maggior ricchezza delle famiglie italiane rispetto a quelle tedesche, perché mai sopportare (anche) noi tedeschi il costo del risanamento delle finanze pubbliche e delle banche del suolo italico, quando gli italiani sono ricchi a sufficienza per farlo da soli.

Meno interessa l’altro dato fornito in cui si evidenzia come gli italiani abbiano un “reddito” pari alla metà di quello tedesco (aspetto non secondario).

Ebbene, quello che più sorprende è l’attendibilità di tali dati che prescindono completamento da alcuni fattori fondamentali; quali, ad esempio, :

  • I “ricercatori” si sono chiesti di fare una mappatura “reale” della ricchezza degli italiani e degli europei in genere ? Le attività finanziarie, le aziende di famiglia e altro sono state prese in considerazione ? Da quanto è emerso pare proprio di no.
  • I “ricercatori” hanno considerato che il patrimonio immobiliare italiano è fortemente segmentato e, pertanto, il dato sul possesso di case è poco significativo: la popolazione non è concentrate solo nella grandi città, ma anche in piccoli paesi. Ne consegue che il valore di un’abitazione nel centro di Venezia, di Roma o di Milano è ben diverso da quello esistente in aperta campagna o nella frazione di un piccolo paese.
  • I “ricercatori” hanno estrapolato i loro dati tenendo conto dell’andamento immobiliare degli ultimi anni, oppure no ?
  • “I ricercatori” non hanno pensato di estrapolare un dato che metta in relazione la ricchezza patrimoniale “reale” con il reddito “reale” ? Ovvero,  non si dovrebbe prendere in considerazione lo stock complessivo di una nazione: capitale e reddito ?

In tale contesto, peraltro, non bisogna dimenticare che gli italiani hanno sborsato fior di quattrini (diverse decine di miliardi di euro) per gli aiuti ad altri Paesi (Grecia, Cipro, Irlanda, Portogallo) senza (almeno, per ora) avere chiesto altrettanto. E ciò senza tralasciare il fatto che, nel caso ellenico, i maggiori beneficiari sono state le banche tedesche e francesi.

Il problema “vero” che si pone oggi è duplice.

Da un lato, occorre che l’Italia si inserisca in un percorso di crescita (il rigore fine a se stesso non serve a nulla; anzi è negativo) che permetta all’economia reale di uscire dal pantano che una politica economico-finanziaria (ma anche fiscale) l’ha portata.

Impedire, in altre parole, che centinaia di piccole e medie imprese (spina dorsale del paese) falliscano o decidano di chiudere (quando non delocalizzano) perché il contesto italico non è più profittevole.

Senza impresa, anche tutto il resto si atrofizza (professionisti, lavoratori, consumi e ricchezza in genere).

Dall’altro lato, avere il coraggio (ma, scrutando il management politico, vi è da stare poco allegri) di comportarsi in modo tale da ottenere il rispetto da parte degli altri; anziché presentarsi da sudditi e offrendo in cambio solo il nulla.